Carbone per il Foglio e i suoi lettori
I conti non tornano. Viviamo delle vendite, della pubblicità e delle sovvenzioni pubbliche. Tutta roba più o meno in calo. In questo assomigliamo agli altri giornali. Ma solo in questo. Per il resto siamo un foglio miracoloso, come certi balsami.

I conti non tornano. Viviamo delle vendite, della pubblicità e delle sovvenzioni pubbliche. Tutta roba più o meno in calo. In questo assomigliamo agli altri giornali. Ma solo in questo. Per il resto siamo un foglio miracoloso, come certi balsami. Poche paginette bianche che non hanno alle spalle un’azienda editoriale se non quella artigianalmente raccolta dal 1996 intorno alla testata. Un vero mercato di lettori di qualità costruito con il passaparola. Una formula d’opinione e di analisi che ha il favore di una parte significativa della classe dirigente. Facciamo cadere in deliquio i maestri del gusto, irritiamo un sacco di gente, piacciamo a una folla di lettori che si rinnova da tredici anni senza che le parole da noi stampate debbano essere necessariamente e sempre vendute alle idee correnti. Non siamo indipendenti, al massimo siamo scostanti. Non siamo liberi, come i nostri colleghi più fortunati, ma semiliberi. Non siamo un contropotere, ma un piccolo potere tra i poteri.
Ora con la Befana ci tocca un po’ di carbone. Siamo obbligati ad aggiornare il prezzo, portandolo da lunedì 12 gennaio 2009 a un euro e trenta centesimi. Speriamo che i foglianti siano in condizione di fare questo sforzo per continuare a leggerci. L’edizione della domenica, rivelatasi più onerosa del previsto per una organizzazione editoriale nata per un giornale agile, sarà sospesa per un periodo che prevediamo abbastanza lungo. Altri tagli e risparmi sono in corso di definizione, ma essendo stati prudenti in passato non c’è molto grasso da tagliare (a parte il direttore). Il giornale è indiscutibilmente un successo, ha un indice di interesse e di gradimento altissimo, è percepito come un pezzo unico, e non solo nel mercato editoriale italiano. Ma i successi di stima e la qualità del lavoro collettivo, con tutte le pecche e le spaventose mancanze di un prodotto quotidiano affidato a gente ordinaria come noi, non risolvono il problema di mettere insieme il pranzo con la cena. Non per vantarci, ma la nostra sindrome è comune alle corazzate dell’informazione italiana e mondiale. Non possiamo ipotecare un bel grattacielo di Renzo Piano, come ha fatto il New York Times, perché lavoriamo in una casetta affacciata sul Tevere e in un appartamentino milanese con il parquet che scricchiola divinamente. Possiamo migliorare la parte on line, come abbiamo cercato di fare, ma nel nostro schema la carta stampata resta una risorsa preziosa. Le cose preziose costano. In genere occorre pagarle. Trenta centesimi in più. Grazie. Per come vi trattiamo (senza retoriche stucchevoli) non sembra, ma vi vogliamo bene. E non solo perché concorrete per un terzo ai nostri banalissimi redditi.